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Carlo Mannoni 16 gennaio 2021
L'opinione di Carlo Mannoni
Il portiere della Juventina


Apprezzo gli storici della nostra città per la loro capacità di ricerca e di divulgazione delle vicende e dei personaggi dell’Alghero di un tempo. Da semplice osservatore, mi limito a descrivere l’Alghero che fu attraverso le emozioni elaborate dal ricordo di un ragazzo di allora da poco arrivato in città che, non possedendo la macchina fotografica, sostituiva le istantanee fotografiche con i flash delle suggestioni che avrebbe custodito negli anni. Una di queste è riferita al “campetto” di Alghero nei primissimi Anni Sessanta, dove si svolgeva il campionato di calcio per i giovanissimi. Veniva chiamato così per distinguerlo dal campo vero, il mitico e oggi decaduto Mariotti. Il suo nome traduceva l’immagine di un campo di calcio di ridotte dimensioni, situato in una vasta area ancora libera dalle incombenti costruzioni, che avanzavano tutt’attorno, nella zona tra le attuali Via Manzoni e Via Palomba, nel quartiere di Sant’Agostino.

Più avanti, col progredire dei cantieri edili, il campionato si sarebbe spostato nell’omologo “campetto” in zona Carrabuffas, un’area libera in un vasto oliveto. Alghero aveva ormai intrapreso il suo inarrestabile sviluppo urbanistico, in non pochi casi disordinato e disorganico e quegli spazi sarebbero stati soffocati in poco tempo dai nuovi quartieri venuti su velocemente, come nella Via Gluck dell’omonima canzone. Confesso che alcuni anni fa li ho cercati quegli spazi, nell’illusione di ritrovarli trasformati in qualche piazza alberata o giardino pubblico, ma ho trovato come nella canzone di Celentano “solo case su case” oltre all’ilarità di qualche amico per il mio ingenuo ottimismo. Quell’amico aveva ragione, se è vero che, come ho appena letto, in Italia la media degli spazi verdi urbani nelle città è di 31,5metri quadri per abitante, mentre ad Alghero è di appena 1,4metri quadri.

Il “campetto” l’ho scoperto nel pomeriggio di una domenica di primavera del 1960 guidato da un compagno di classe della terza media. Amavo il ruolo di portiere, il più delicato, ma anche il più esaltante tra gli undici in campo, e lui mi disse che mi avrebbe fatto assistere alle prodezze di un ragazzo assai bravo, un certo “Zelo” che giocava nella Juventina, una squadra di giovanissimi. Il portiere non tradì le aspettative ma, nonostante le sue parate, la sua squadra perse 5-0 con la forte Barcelloneta del professor Antonio Calciati. I ragazzini onoravano il nome della loro squadra con delle sgargianti magliette bianconere fornite dal gruppo sportivo, ma l’uniformità della divisa finiva lì, perché poi subentrava il fai da te con i calzoncini dai più disparati colori e foggia, alcuni usati anche nella quotidianità. Ai piedi avevano quasi tutti le scarpe da tennis e, pur nella ripresa economica che era agli inizi, le scarpe da giocatore segnavano la netta differenza di reddito tra le famiglie dei ragazzi.

Del portiere della Juventina non ho mai conosciuto il nome, a parte il soprannome “Zelo”. Mi piacerebbe che riapparisse dalle nebbie dei ricordi in carne e ossa, per potergli ricordargli una sua parata spettacolare di quel pomeriggio, quando si allungò a mezza altezza per deviare un violento tiro da pochi passi. Una immagine plastica, emblema di tutti i portieri del gioco del calcio, nonostante ci fossero i Buffon e i Ghezzi, i miti di noi ragazzi di allora. Nell’incontrarlo gli chiederei, come a un vecchio amico, com’è stata la sua vita e cosa fanno ora i suoi figli. Come gli è andata, insomma, e quante altre parate ancora ha dovuto effettuare nelle diverse “partite” in cui avrà dovuto necessariamente cimentarsi in questi sessant’anni appena trascorsi. Un microcosmo dell’Alghero cresciuta nel tempo e che ha contribuito alla sua storia fatta col contributo di tante persone anonime. Anche se per me lui resterà sempre “il portiere della Juventina” che giocava in un campetto che non esiste più.
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