|
Maria Antonietta Alivesi
27 aprile 2026
L'opinione di Maria Antonietta Alivesi
Quando l置rbanistica si piega al cemento
C定 un momento, nei procedimenti urbanistici, in cui la forma resta intatta ma la sostanza cambia completamente. Tutto appare corretto: un段struttoria positiva, una commissione convocata, interventi istituzionali, un voto finale favorevole. Eppure, dentro questa sequenza apparentemente lineare, si consuma uno slittamento pi� profondo: la pianificazione non guida pi� le trasformazioni, ma finisce per inseguirle. La scena � ormai ricorrente. Il presidente apre la seduta richiamando un obbligo procedurale, in questo caso il decreto Floris del 1983, chiarendo fin da subito che la commissione � chiamata sostanzialmente a una presa d誕tto di quanto gi� definito dagli uffici. L誕ssessore interviene subito dopo e colloca la pratica all段nterno di una continuit� amministrativa: casi simili sono gi� stati affrontati e il criterio seguito � sempre stato quello della conformit� al piano di conservazione e valorizzazione delle aree di bonifica. Il dirigente rafforza questa impostazione restando su un piano strettamente numerico: ettari, cubature, numero di camere per superficie fondiaria. Nessun consigliere pone domande, nessuno chiede chiarimenti sul merito urbanistico dell段ntervento. Si arriva rapidamente al voto, che conferma quanto gi� implicitamente deciso.
In questo caso, per�, alcuni elementi del verbale rendono ancora pi� chiaro il quadro. L段ntervento riguarda la societ� agricola Agribel S.r.l., che presenta per la terza volta una richiesta di incremento volumetrico oltre la soglia dei 3.000 metri cubi. L誕zienda ha gi� sviluppato circa 10.000 metri cubi e richiede un ulteriore incremento pari a 1.676 metri cubi per la realizzazione di 24 posti letto. Il tutto all段nterno di una propriet� di circa 25 ettari, che � sulla base dei parametri applicati � consentirebbe teoricamente fino a 30 posti letto. ネ su questo equilibrio numerico che si fonda l弾sito positivo dell段struttoria. Il punto, per�, non � ci� che viene detto. ネ ci� che non viene detto. Nel corso della discussione non si affronta mai la questione della compatibilit� urbanistica della funzione, n� quella della destinazione d置so, n� tantomeno il tema del carico insediativo complessivo. Tutto viene ricondotto a un unico asse interpretativo: la disponibilit� di volumetria e il rispetto di parametri quantitativi. ネ qui che si produce la torsione pi� significativa. L置rbanistica, da disciplina che governa l弾quilibrio del territorio, viene ridotta a una contabilit� edilizia.
In questo passaggio assume un ruolo centrale � e profondamente frainteso � il cosiddetto piano di gestione e valorizzazione. ネ necessario dirlo con chiarezza: non si tratta di un 菟iano urbanistico� in senso proprio. Non � contemplato come tale dalla legislazione urbanistica sarda, non � previsto dalla Legge Regionale 45/1989 Sardegna tra gli strumenti di pianificazione, e soprattutto non ha efficacia conformativa sui suoli. La sua origine � diversa. Discende dal sistema delineato dal Decreto Legislativo 42/2004, all段nterno del quale assume la funzione di strumento operativo e programmatico per l誕ttuazione delle politiche di tutela e valorizzazione del paesaggio. Questo significa che il piano di valorizzazione non attribuisce diritti edificatori e non pu� sostituire la pianificazione urbanistica comunale. La sua efficacia � necessariamente mediata: deve essere coordinato con il piano urbanistico comunale, il PUC. ネ solo questo strumento che pu� tradurre quelle indicazioni in regole vincolanti. In assenza di questo coordinamento � ovvero in assenza di un PUC adeguato al piano paesaggistico � il piano di valorizzazione resta ci� che �: un quadro di indirizzo, non un titolo abilitante.
In termini semplici: � come se si stesse usando un documento che serve a dare indicazioni generali � una guida � come se fosse invece un誕utorizzazione a costruire. Ma quella funzione, per legge, spetta solo al piano urbanistico del Comune. Per questo si parla di deroga, che nei fatti produce effetti simili a una modifica delle previsioni urbanistiche, senza per� seguire il percorso ordinario previsto per le varianti. ネ qui che si produce il cortocircuito. Nel dibattito in commissione, il piano di conservazione e valorizzazione viene evocato come se fosse un piano urbanistico vero e proprio capace di legittimare direttamente l段ntervento. Si afferma, in sostanza, che 都e il piano lo prevede, allora si pu� fare�. Ma questo passaggio non � neutro. Senza un recepimento all段nterno dello strumento urbanistico comunale, quelle previsioni non possono tradursi in edificabilit�. Dietro il linguaggio tecnico, fatto di rapporti tra ettari e camere, si nasconde una trasformazione ben pi� sostanziale. Si sta passando da un uso agricolo del territorio a una funzione turistico-ricettiva di scala non trascurabile, soprattutto se analizzata nel suo complesso e non per singoli interventi presi isolatamente. La distinzione non � secondaria. Esiste una differenza profonda tra un弛spitalit� connessa all誕ttivit� agricola e una struttura ricettiva che utilizza l誕gricoltura come cornice. Quando le volumetrie aumentano, quando le camere si moltiplicano e quando l弛rganizzazione dell誕ttivit� assume una dimensione imprenditoriale, il rischio � che l誕gricoltura diventi un elemento accessorio, quasi una giustificazione.
In questo contesto, la commissione urbanistica perde progressivamente la sua funzione di verifica. Da luogo di confronto e valutazione diventa un passaggio formale, una sede di ratifica. Il fatto che nessun consigliere intervenga non � un dettaglio marginale, ma il segnale di un sistema che ha smesso di interrogarsi sui propri presupposti. La decisione � gi� presa altrove, e la commissione si limita a prenderne atto. Il ricorso continuo ai numeri contribuisce a rafforzare questa dinamica. Ettari, cubature, parametri quantitativi diventano il linguaggio dominante, spostando l誕ttenzione dalla qualit� della trasformazione alla sua misurabilit�. Ma l置rbanistica non pu� essere ridotta a questo. Riguarda la funzione dei luoghi, l弾quilibrio tra attivit� e l段mpatto complessivo sul territorio. Quando questi elementi scompaiono dal dibattito, resta solo una logica contabile che finisce per legittimare qualsiasi intervento purch� rientri in un certo schema numerico. Il risultato non � una violazione esplicita delle regole, ma qualcosa di pi� sottile e, per certi versi, pi� insidioso. ネ un弾lusione della pianificazione urbanistica. Non si modifica formalmente il piano regolatore, non si procede con varianti, non si ridefiniscono le destinazioni d置so. Tuttavia, nella sostanza, si consente l段ntroduzione di nuove funzioni e di nuovi carichi insediativi attraverso strumenti che non sono stati pensati per questo scopo.
Questo non � solo un problema tecnico. Riguarda direttamente la qualit� del territorio, la sua sostenibilit� e l段nteresse collettivo. Come associazione impegnata nella tutela del territorio e del paesaggio, riteniamo che questa dinamica rappresenti un punto critico che non pu� essere ignorato. Da tempo segnaliamo come l誕ssenza di una pianificazione urbanistica aggiornata e pienamente operativa esponga il territorio a trasformazioni guidate attraverso logiche procedurali che finiscono per sostituirsi a una visione complessiva del territorio. Alla fine, la questione si riduce a una domanda fondamentale: � la pianificazione a guidare le trasformazioni del territorio, o sono le trasformazioni a piegare la pianificazione? Quando un piano programmatico viene utilizzato come fonte di edificabilit�, quando la verifica urbanistica si riduce a un calcolo e quando gli organi deputati al controllo si limitano a ratificare decisioni gi� prese, allora la risposta appare evidente.
Non � necessario ricorrere a toni polemici per cogliere il problema. Basta osservare con attenzione il funzionamento concreto del sistema. Ogni passaggio, preso singolarmente, pu� apparire ragionevole. Ma nel loro insieme questi passaggi producono un effetto preciso: l置rbanistica smette di essere uno strumento di governo del territorio e diventa un dispositivo di adattamento alle pressioni edificatorie. Per questo riteniamo necessario riportare al centro il ruolo della pianificazione urbanistica, o quantomeno della verifica di compatibilit� urbanistica, come strumento di governo consapevole delle trasformazioni, capace di valutare non solo quanto si costruisce, ma cosa si costruisce, dove e con quali effetti sul territorio. E quando questo accade, il titolo non � pi� una provocazione. Diventa una constatazione. Quando l置rbanistica si piega al cemento, anche l段nteresse comune � piegato.
*Punta Giglio Libera. Ridiamo Vita al Parco
Commenti
|