La Conferenza episcopale spagnola è balzata, di recente, all’onore delle cronache per aver discusso e, in prima istanza, approvato l’utilizzo del profilattico per evitare il dilagare dell’AIDS
ALGHERO - Dopo la prima fase di discussione, che aveva visto prevalere la “scelta dell’autorizzazione all’utilizzo”, la controversa questione è stata “reimpostata”, con un dietrofront della Chiesa spagnola, anche per il deciso intervento contrario della Santa Sede, che in merito al grave problema della galoppante diffusione ha sempre sostenuto la soluzione dell’astinenza e della fedeltà coniugale. Un suggerimento che ai vescovi spagnoli e a molti altri religiosi (e non) è apparso solo in parte sufficiente, soprattutto per quelle realtà di degrado e povertà, dove le circostanze lasciano spazio all’ignoranza e a comportamenti sessuali a rischio, tuttavia radicati per motivi culturali e sociali.
Abbiamo chiesto un parere sulla decisione dei vescovi spagnoli, poi revocata, al responsabile della Caritas sarda, don Lorenzo Piras, rientrato di recente dal Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre.
Il prete, che in Brasile ha raccolto molte testimonianze sulle numerose miserie umane e che al forum ha parlato della tratta di esseri umani, anche ai fini dello sfruttamento sessuale, ha voluto approfondire il delicato argomento sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. «All’interno della Chiesa vi è un dibattito molto forte. Vi sono due correnti: la prima sostiene, come risaputo, che la vita sessuale non può essere delineata dal libertinaggio sessuale e che quindi prevale il suggerimento dell’astinenza; l’altra segnala invece che l’emergenza AIDS, ferma restando l’esigenza di una maggiore cautela e attenzione morale, è, in paesi come l’Africa, di una tragicità tale da giustificare in quei contesti estremi l’uso eccezionale del preservativo. Anche se è doveroso ricordare che non sempre, là dove l’utilizzo è conosciuto e abituale, vi è una diminuzione dei contagi. Questo segnala un problema a monte molto più grave e intricato».
Il discorso è, quindi, molto complesso, tanto che il coordinatore della Caritas ribadisce che alcune situazioni richiederebbero una discussione più aperta: «Il dibattito della Chiesa spagnola è in realtà una questione che si sta allargando e sviluppando in tutta la Chiesa. Ma bisogna anche pensare che è molto difficile parlare di moralità, per esempio, ai ragazzini delle favelas o delle bidonville, che, non avendo mai visto e fatto altro, sono costretti a “vendersi” per sopravvivere. Prima bisogna, quindi, educarli al rispetto del corpo, poi si deve intervenire sulle coscienze, parlando loro di cosa significa morale e rispetto dell’esistenza. A questi ragazzi, bambini, adulti, relegati in un angolo dalla società priva di regole, è stato impedito di conoscere valori autentici, ma per salvarli nell’animo bisogna intervenire prima concretamente per la loro sopravvivenza».
Nella foto: le Favelas
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