Il timore delle imprese sarde per l’escalation bellica in Medio Oriente. Preoccupazione per le vittime civili ma anche per export e aumento costi energetici
CAGLIARI – «Non possiamo rimanere insensibili davanti alla drammatica intensificazione delle violenze nel Medio Oriente e in altre regioni del pianeta. Il nostro pensiero va anzitutto alle vittime innocenti e ai loro familiari, travolti da una spirale di conflitti che sembra non trovare una via d’uscita». Così Giacomo Meloni, Presidente di Confartigianato Imprese Sardegna, in riferimento alla profonda crisi internazionale culminata con il conflitto in Iran e con la chiusura dello Stretto di Hormuz, crocevia fondamentale per il commercio globale di energia e merci, oltre che al progressivo deterioramento dello scenario geopolitico mondiale. «Le tensioni in corso – aggiunge Meloni – non rappresentano soltanto una tragedia umana e sociale, ma configurano anche un rischio reale per l’equilibrio economico internazionale e per il nostro sistema produttivo, composto in larga parte da micro e piccole imprese».
Infatti, anche l’Isola, seppur geograficamente distante, rischia di subire duri contraccolpi sia sul fronte dell’export sia su quello dei costi energetici. Le più recenti analisi sull’export dei prodotti sardi verso il Medio Oriente, realizzate dall’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Sardegna, su fonte ISTAT, parlano di vendite di beni e servizi per oltre 1miliardo e mezzo di euro, equivalenti all’1,39% del valore aggiunto regionale prodotto, e dello 0,60% sul PIL regionale sardo, verso gli Emirati Arabi, l’Arabia Saudita, Israele, Qatar, Kuwait oltre ad altri 12 nazioni. Oltre ai prodotti della raffinazione, ci sono alimentari e bevande, moda e design, lapidei e arredamento, sistemi informatici e digitali, macchinari e impianti i prodotti più venduti molto richiesti per la loro qualità e originalità.
La Sardegna si colloca al settimo posto della classifica nazionale per quanto riguarda l’esposizione dell’export alla crisi. Oltre al rischio di un rallentamento delle esportazioni, preoccupa l’effetto sui costi energetici.
«Le nostre imprese – sottolinea Meloni – già oggi pagano l’energia elettrica quasi 150 milioni di euro in più rispetto alla media europea. Un’ulteriore impennata dei prezzi legata alla crisi energetica internazionale potrebbe tradursi in un raddoppio dei costi vivi di produzione, con effetti devastanti sulla competitività. È evidente che la chiusura dello stretto di Hormuz si rifletterà anche sulle materie prime - conclude il Presidente di Confartigianato Sardegna - ma già sapere che il gas è schizzato alle stelle, e in Italia l’elettricità si fa con il gas, non aiuta l’economia e, soprattutto, non aiuta i consumi che si stavano risollevando ma che adesso potrebbero risentirne. Di sicuro se la crisi si protrarrà nel tempo, avremo degli effetti sulle bollette. Già scontavamo prezzi alti, adesso rischiamo che diventino altissimi». L’analisi sui costi energetici, realizzata sempre dall’Ufficio Studi di Confartigianato Sardegna, dice come le micro, piccole e medie imprese isolane lo scorso anno abbiano pagato l’energia elettrica 147milioni di euro in più rispetto alla media europea. Questo extracosto è andato a incidere per lo 0,38% sul PIL regionale.
L’Isola si piazza al decimo posto in una distribuzione nazionale aperta dal maggior extracosto rilevato in Lombardia con 1.021 milioni di euro (18,9% del totale), pari a 0,22% del PIL della regione, seguita da Veneto con 563 milioni (10,4%), pari a 0,31% del PIL, Emilia-Romagna con 496 milioni (9,2%), pari a 0,27% del PIL e Puglia con 410 milioni (7,6%), pari a 0,47% del PIL (3° maggior peso tra le regioni). Un problema generalizzato in Italia; il nostro Paese, infatti, presenta una elevata dipendenza energetica dalle aree maggiormente interessate dai conflitti, con un import per petrolio greggio e raffinato e gas naturale che nel 2025 ammonta a 27,6 miliardi di euro, rappresentando il 40,7% degli acquisti di energia dall’estero. Si tratta di una dipendenza elevata, ma in discesa (era del 64,0% nel 2021) a seguito del taglio delle forniture di gas e petrolio russo.
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