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Cor 30 gennaio 2020
Orchidee nella miniera di zinco e piombo a Domusnovas
Il caso studiato dai ricercatori dell’Università di Cagliari coglie le attenzioni della comunità scientifica internazionale. In collaborazione con scienziati di altri atenei italiani, la ricerca conquista anche la quotata rivista specializzata Ecotoxicology and environmental safety


CAGLIARI - La filiera di ricerca consolidata e di alto profilo scientifico su scala mondiale perseguita dal team della sezione di Botanica (Dipartimento scienze della vita e dell’ambiente, Disva) con in prima fila Annalena Cogoni. Il lavoro e gli studi coordinati da Pierluigi Cortis (borsista di ricerca, Disva). Il rapporto prezioso con il dipartimento di Scienze chimiche e geologiche. Le relazioni continue, utili a rafforzare confronto, dinamiche e attività scientifiche, con i gruppi di ricerca delle università di Milano Bicocca, Salerno e Varsavia. Un mix vincente. Indispensabile per rafforzare reputazione e ruolo accademico, con innegabili ripercussioni sul territorio. In breve, dietro lo studio sulle orchidee nate in una discarica mineraria di Domusnovas, centro a mezzora da Cagliari, c’è l’insieme degli elementi di una best practice. Ovvero, scenari qualificati su tematiche inerenti botanica, sviluppo, riconversione di siti e luoghi altrimenti destinati.

Il fiore dei fiori tra i metalli pesanti. Pubblicato sulla rivista Ecotoxicology and Environmental Safety, lo studio verte sulla presenza dell’orchidea nella miniera abbandonata di Domusnovas. «Abbiamo analizzato le caratteristiche di una popolazione di orchidee, Epipactis helleborine subsp. tremolsii, in grado di vivere nei fanghi di flottazione di una discarica mineraria, caratterizzati da una notevole concentrazione di metalli pesanti. Il sito - spiega il professor Cortis - si trova nell’area mineraria dismessa di Barraxiutta, miniera in cui venivano estratti principalmente zinco e piombo». Metalli pesanti, territori inquinati. «Lo studio ha permesso di capire come queste orchidee non solo crescano in presenza di contaminanti ambientali, ma siano anche in grado di accumularli all’interno dei loro tessuti. Dal confronto con orchidee della stessa specie cresciute in aree non contaminate è emersa una minore crescita dell'apparato vegetativo e una riduzione dell'efficienza fotosintetica rispetto a queste ultime» aggiunge il coordinatore del gruppo di ricerca. E ancora. «Dallo studio è risultato che l'adattamento a queste condizioni estreme potrebbe essere reso possibile dalla simbiosi con un fungo presente nel suolo. Le future ricerche verteranno sulla caratterizzazione del fungo e dei meccanismi attraverso i quali questo organismo sia in grado di esplicare l'azione detossificante».

I gruppi di ricerca dell’ateneo. L’ateneo del capoluogo in vetrina. Assieme alle numerose attenzioni mediatiche gli scienziati dell’Università di Cagliari hanno colpito sia la comunità scientifica, sia gli addetti ai lavori dei vari segmenti. Con Pierluigi Cortis hanno realizzato e firmato lo studio i ricercatori del Disva, Antonio De Agostini, Annalena Cogoni, Cinzia Sanna, Dario Piano, Michele Lussu e Alberto Caredda. Al lavoro hanno collaborato anche gli studiosi del dipartimento di Scienze chimiche e geologiche Andrea Vacca, Alessandra Garau e Claudia Caltagirone. La ricerca è stata titolata “Heavy metal tolerance of orchid populations growing on abandoned mine tailings: A case study in Sardinia Island (Italy)” con le firme degli autori Antonio De Agostini, Claudia Caltagirone, Alberto Caredda, Angela Cicatelli, Annalena Cogoni, Domenica Farci, Francesco Guarino, Alessandra Garau, Massimo, Labra, Michele Lussu, Dario Piano, Cinzia Sanna, Nicola Tommasi, Andrea Vacca, PierluigiCortis.
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