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Manuel Alivesi 10 febbraio 2017
L'opinione di Manuel Alivesi
Per non smettere di ricordare


E’ dal 2004 che in Italia è stato istituito il Giorno del ricordo, dedicato alla memoria della tragedia giuliano-istriano-dalmata e alle stragi delle foibe. Purtroppo, è necessario sottolineare, che l’Italia è un Paese in cui si devono istituire le memorie obbligatorie e in cui si sancisce per legge il ricordo, o la memoria, nazionale. E’ un Paese strano il nostro, è un posto in cui si riesce a passare sopra gigantesche magagne e ci si azzuffa sul diritto di ricordare dei morti. Un Paese in cui, tutt’ora, la politica e il tifo calcistico sono metafore speculari: in cui ci si appropria delle memorie e, con la scusa di renderle patrimonio comune, si cerca di trarne debito vantaggio o, peggio, di farne prevalere alcune a scapito di altre.

Sono passati settant’anni dai drammatici eventi delle foibe, ma la foiba è ancora un argomento che suscita a qualcuno l’orticaria. Foiba è quel il termine con cui si indicano i grandi inghiottitoi (o caverne verticali, o pozzi), tipici della regione carsica e dell'Istria. Io non amo particolarmente le giornate della memoria. Io credo che l’unica memoria autenticamente incisa nell’identità di un popolo debba essere quella che ne plasma ogni giorno il suo carattere: non quella che si deve ricordare solamente una volta all’anno per legge. Tuttavia, poiché l’Italia, per molteplici ragioni, ha vissuto e vive un clima culturale fortemente contrastivo, comprendo che però una legge possa essere utile a tutelare un diritto alle memoria che, altrimenti, rischierebbe di essere negato. Ovunque ed in qualunque epoca esistono e sono esistiti i prepotenti: cioè gente che crede che l’unico modo di affermare la propria idea sia quello di zittire chi ne possieda una diversa. Ma questa non è storia: questa è solo una cattiva propaganda politica. Negare la Shoah o fingere che l’olocausto armeno non sia mai esistito non ha a che fare con la storia, ma solo con la cattiva coscienza: è un caso di inumanità, non di dottrina storiografica. E così è per le foibe.

Certamente, la storia delle terre giuliane, istriane e dalmate è una storia complessa, che, proprio per la sua complessità, favorisce il formarsi di visioni contrapposte circa la composizione etnica e culturale del territorio, le persecuzioni a fasi alterne, le ragioni del massacro: romani, poi veneziani, slavi, ungheresi, regnicoli, fascisti, titini, in un gioco di sovrapposizioni e, spesso, di reciproci soprusi, hanno segnato le terre del Litorale e ne hanno determinato la secolare sofferenza. Per contro, di fronte ad un quadro etnico e sociale così complesso, la storiografia reagisce con la ricerca e con l’analisi delle fonti: solo il quadro complessivo potrà aiutarci a comprendere. Invece, nel caso delle foibe e, in generale, di tutti quei fenomeni storici che si dicono “divisivi”, ognuno qui ha preso scampoli di verità, per dimostrare le proprie ragioni: per brandirli come una clava contro l’avversario. Solo che, nella storia, non ci sono avversari: ci sono vittime, come in questo caso, da ricordare. E carnefici, da indicare con nome e cognome. E motivi da analizzare. La storiografia è come un processo: deve esaminare le testimonianze, vagliarle, isolare quelle credibili, eliminare quelle inutili o mendaci, valutare tutti gli elementi e, infine, emettere una sentenza. Naturalmente, la sentenza sarà buona se il giudice è capace: altrimenti sarà pessima. Tutto qui. Ma il primo requisito è che il giudice sia imparziale: che non si tratti di un tribunale speciale di stile fascista o di un tribunale del Popolo, di opposta tendenza. Non sappiamo che farcene di una storia aggiustata per fini politici, insomma.

Per questo, oggi, il mio augurio, come amministratore, come uomo libero e come italiano, è che si possa ricordare il dramma delle foibe senza polemiche, di qualunque colore: con un pensiero ai morti e ai sopravvissuti. Fratelli tra fratelli, uomini tra uomini. E, soprattutto, che si possano ricordare, sempre e con pietà, tutti i morti di tutti gli olocausti, indipendentemente dagli assassini, dalle ideologie e dai fenomeni che ne abbiano determinato la morte: che la nostra memoria, insomma, non sia intermittente o determinata dalla legge o dalle direttive di partito, ma obbedisca a regole più alte e più universali. Altrimenti, i giorni del ricordo e delle memoria altro non servono che ad alimentare, paradossalmente, l’oblio.

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